Archivio | giugno, 2012

Quella stanza tutta per sé: in casa, o per la testa?

27 Giu

Mi piacerebbe sapere che cosa ne pensate voi, che avete meno di quarant’anni. O che ne avete qualcuno in più. Dove si trova, come si costruisce e si custodisce questa “stanza tutta per sé” di cui parlava Virginia Woolf nel suo famoso saggio A Room of One’s Own?

Virginia Woolf

“A woman must have money and a room of her own, if she is to write fiction” scriveva. Soldi, indipendenza, uno spazio autonomo, addirittura un cervello androgino, auspicava la scrittrice.
Molte – da queste parti del mondo – se lo pongono come obiettivo. E sembra che lo raggiungano: autonomia, successo, riconoscimenti professionali. Non credo però che si tratti solo di questo.
Più mi sfugge, quella stanza tutta per me – per dire: in casa mia ci sarebbe persino uno spazio fisico, ma non ancora arredato, e destinato ad altri- più mi convinco che devo trovarla, dentro: la capacità di leggere un libro, inutile per lavoro. Lasciar viaggiare la mente su una poesia, una sonata di Bach. Godermi un film in inglese senza pensare che sia funzionale. Guardare i colori del mare, e basta. Ho letto più Winnicott che Virginia Woolf, e per me quella stanza è lo spazio transizionale che non è dentro né fuori di noi. Luogo del gioco, della creatività. Non ha età. Non ha sesso né prezzo. È difficile recuperarlo. Ma sta diventando il mio chiodo fisso. In barba al senso di precarietà che contamina tutti.

E voi, ci siete già riusciti? Ci siete riuscite?

Cristina Bianchi

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È meglio accudire o essere accuditi?

11 Giu

Non si invecchia mai insieme. Ho appena finito di leggere un bel libro che è nello stesso tempo un inno alla vita di coppia e un antidoto contro le illusioni della mistica matrimoniale. 
Si chiama Il senso dell’amore – storia di un matrimonio (Einaudi). L’ha scritto nel 2008 Alix Kates Shulman, femminista americana, classe 1932. Che a proposito del giuramento solenne “nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia”, subito avverte:
Quando si fa quel giuramento, per quanto lo si prenda con noncuranza, si sa che a meno di una separazione, uno dei due finirà per prendersi cura dell’altro, o uno dei due finirà per sopravvivere all’altro. Ma quale dei due, quando, per quanto tempo e a quale prezzo, non è dato sapere, anche se le probabilità indicano che sarà lei a prendersi cura di lui (…). Ma come una maledizione in una fiaba, non ci credi davvero; cerchi di ignorarla finché non ti cade addosso (…).
Il libro racconta la storia vera dell’autrice, sposata in seconde nozze con lo scultore Scott York. Coppia affiatata, interessi comuni, dalle mostre allo sport,  radical chic. Finché, durante una vacanza nel Maine, lui una notte cade da un soppalco, emorragia cerebrale e… Gli equilibri iniziali vanno ridefiniti, giorno dopo giorno. Lei non lo lascia semplicemente nelle mani dei tecnici; segue passo passo la sua riabilitazione. Così le tocca mettere in discussione l’autonomia conquistata in anni di femminismo militante, i consigli delle amiche che la giudicano un’aliena, la validità del testamento biologico sottoscritto da Scott, visto che lui, privo della memoria a breve termine, continua a ripeterle “con te mi sento così felice”.

Francesca Neri e Fabrizio Bentivolgio nel film “Una sconfinata giovinezza

È un libro che non rallegra ma un po’ rasserena. Anche se la situazione della coppia benestante di New York è lontana anni luce da quel che accadrebbe a una famiglia  middle class non dico di Lecce, ma nemmeno di Roma o Milano.
Però suscita domande: a un certo punto della vita, meglio accudire o essere accuditi? Possiamo arrivare preparati a quel momento? E poi: saremo la stessa persona, oppure tutto ciò che pensiamo adesso del nostro “essere vecchi” sarà smentito dai fatti?

Cristina Bianchi

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