Quando la flessibilità fa male (parola di New York Times)

20 Set

E c’è ancora chi dice: non assumo donne in età fertile per non avere rogne, perché ti piazzano un figlio, i costi sono alti, la mia azienda non è babbo natale… 

Ora vorrei condividere con voi qualche riflessione sul motivo per cui una working mom spesso è più produttiva della media.
1) Non ha tempo da perdere. Ci è abituata. Ama lavorare per obiettivi e portare a casa il risultato (la cena pronta col pupo che strilla, gli orari da rispettare , le valigie preparate la sera, per dire).
2) Non punta a fare notte in azienda per farsi vedere dal capo. Niente straordinari a sbafo, solo quelli necessari. 
3) È più organizzata. Sa cosa vuol dire delegare (ha delegato in parte la cura dei figli, più di così..), sa cosa significhi avere un programma giornaliero e settimanale.
Ma proprio mentre riflettevo su tutto questo, e sul dramma delle dimissioni in bianco (fatte firmare alle neoassunte per potersene sbarazzare al primo “pancione”), mentre pensavo al mantra della Produttività Oraria, oggi invocata per delocalizzare a Detroit come a Tychy, (per il bene d’impresa s’intende), ecco che un articolo di Susan Lambert sul New York Times dal titolo “Quando la flessibilità fa male”.
Racconta proprio di due mondi diversi, entrambi sotto attacco: quello dei salariati americani (con stipendio fisso, orari, assicurazione sanitaria pagata), e quell dei lavoratori a cottimo (pagati a ora, a giornata, a seconda del flusso di domanda, con zero tutele, zero assicurazioni). “The different pressures on salaried and hourly workers arise from companies’ trying to maximize productivity”. Scrive Lambert.   “Professional positions come with fixed costs (yearly salaries and benefits like health insurance) that are incurred regardless of how many hours the employee works. So employers have an incentive to have those individuals work as much as possible. One person is often doing the work of two. The inverse is true in hourly jobs…..”.
In sintesi: alle aziende negli Usa conviene assumere pochissimi “garantiti” e su di loro esercitare una pressione altissima (come dice Lambert, devono lavorare per due). E arruolare legioni di senza nome, senza diritti, da spalmare  sulla catena produttiva (bar, ristoranti, supermercati ma anche call center, fabbrichette) come un elastico.

Vi ricorda qualcosa?

E chissà che nel suo prossimo discorso alla Nazione, la mom-in-chief Michelle Obama non si ricordi anche di loro: genitori “salaried” e “hourly jobs”. E che qualcuno, in Italia, al di là dei proclami si ricordi davvero delle donne che lavorano, delle mamme che vorrebbero farlo.

Cristina Bianchi

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8 Risposte to “Quando la flessibilità fa male (parola di New York Times)”

  1. Cris settembre 21, 2012 a 10:10 am #

    “chiedere mansioni fuori dal mansionario, fare straordinari non pagati, essere disponibili fuori orario, o chissà quale altra cosa”.

    le altre cose, nello specifico, sono stipendi sotto il limite della sopravvivenza, il rischio di essere lasciati a casa senza nessun preavviso, niente ferie nè malattia (ripeto, niente ferie né malattia, se non per gentile concessione, fatta ampiamente pesare), assunzioni di responsabilità completamente al di fuori del proprio ruolo, minacce neppure tanto velate.

    si chiama precariato. gentile Lorenzo, in Italia le normative certo non lo consentono, di fatto è quel che succede quotidianamente (soprattutto nelle grandi aziende, meno soggette a certi controlli). ormai da qualche tempo, nel mio settore, sto prendendo contatto con altri ragazzi (se a trent’anni ci si può ancora chiamare così) nella mia situazione. ci siamo “mappati”. il rapporto, approssimativo e senza valore, è di cinque a uno: cinque donne precarie per un uomo.
    chissà perché quando ci si avvicina ad una certa età, lei è sempre meglio tenerla nel limbo.

    detto questo, non mi odiate, ma ho visto tante e troppo maternità (di amiche anche care) gestite così male e talvolta, con sfacciata cattivafede. e mi trovo a pensare a quale danno poche possano fare alle loro future colleghe. ovvero, le eccessive tutele (o chi sfrutta e distorce le tutele) creano solo muri, mai opportunità.
    ma questo spero sia argomento di una prossima discussione sul blog.

    • cristinbianchi settembre 21, 2012 a 10:23 am #

      Grazie @Cris anche per gli spunti per un prossimo post.

      • Gp settembre 25, 2012 a 9:36 am #

        Ecco: la cattivafede e la buonafede. Secondo me è lungo questo confine che si giocano molti dei nostri destini collettivi, la maggior parte delle battaglie culturali, sindacali, “di principio” (prima si stabilisce dove si vuole arrivare e cosa si vuole ottenere, poi si trova un “principio” secondo cui è giusto fare in quel modo…). Se si potesse depurare ogni dibattito, sopratutto in materia di lavoro, da questa variabile avvelenata, allora anche le working mom, le no working mom, le no mom working e tutti noi, troveremmo enormi spazi di riforma, flessibilità sana e proficua per tutti. A me sembra incredibile che nel 2012, dopo le tante risciacquature di bocca a seminari e conferenze, si debba ancora a a milioni muoversi alla stessa ora per andare a fare negli uffici cose che si potrebbero fare dai nostri tinelli…

      • cristinbianchi settembre 25, 2012 a 9:53 am #

        @Gp è vero, la flessibilità ha anche un lato positivo se vuol dire lavorare per obiettivi. E la flessibilità in quel caso non è un valore solo per mom o no mom ma per tutti. grazie

  2. Sara settembre 20, 2012 a 8:27 pm #

    Cottimo non è una parolaccia, concordo con Lorenzo. Tanto più in un paese che trae le sue (maggiori?) forze dai lavoratori del “qui ed ora”. E da donne disposte ad orari scomodi, contratti part-time, impieghi “arrangiati” senza possibilità di carriera. Cambierà qualcosa? Sogno un paese in cui una donna possa non dover barattare la sua maternità con un posto d’ufficio.

  3. Lorenzo Imbasciati settembre 20, 2012 a 10:47 am #

    Carissima,
    d’accordo: le workin’ mom hanno una marcia in più, ma il paragone con gli USA mi pare tiratissimo per la semplice ragione che da noi è vietato lavorare a cottimo e sono vietati gli strumenti con cui “fare pressione” su chi lavora.
    Leggevo poco tempo fa che molti americani rinunciano spontaneamente ai 10 giorni di ferie normalmente previsti dai contratti di lavoro dipendente in USA (dico 10 giorni!): in questo modo possono mostrare all’azienda il loro attaccamento al lavoro. Sinceramente non conosco i dettagli, ma immagino che chiedere mansioni fuori dal mansionario, fare straordinari non pagati, essere disponibili fuori orario, o chissà quale altra cosa (nel tuo articolo, si parla di lavorare x2) possano esistere in USA ma non si possano nemmeno immaginare con le nostre normative sul lavoro.
    Ho come la sensazione però che nello scenario americano, che a te parrà terribile mentre a me pare solo un po’ meno “socialdemocratico” del nostro, i dipendenti siano meno “inchiodati” a vita al proprio posto di lavoro (da noi chi ha un posto fisso se lo tiene stretto anche se non ama il proprio lavoro) ed abbiano meno possibilità di trovarsi del tutto col c**o per terra.

    • cristinbianchi settembre 20, 2012 a 11:13 am #

      grazie@Lorenzo! Il paragone con gli Usa non è tiratissimo. Tanto che fino a ieri, per loro, la flessibilità era un must a prescindere. E oggi persino il NYT si accorge che qualcosa a livello sociale non funziona (ti consiglio di leggere tutto l’articolo, che linko sopra). Il lavoro a cottimo in Italia, esiste in qualche modo de facto. Forse non ce ne accorgiamo perché non abbiamo parenti o amici che lavorano nella grande distribuzione e/o nei call center. Nei grandi supermercati si usa per esempio la tecnica di lasciare le donne (solo le donne) eternamente in part time (non solo perché lo chiedono). In questo modo lo stipendio base resta bassissimo, e solo se il caporeparto acconsente, se fai la brava ecc ecc si aggiungono ore o turni remunerativi. Nello stesso tempo, chi è part time non può fare carriera. Non è cottimo, ma fa venire in mente i problemi sollevati sul precariato americano da Susan Lambert… C’è una sentenza in Italia su un’azienda della grande distribuzione che applicava il part time appunto solo alle donne, e per questi motivi discriminatori. Grazie. Continuiamo a parlarne

      • Lorenzo Imbasciati settembre 20, 2012 a 11:32 am #

        ieri un cliente mi ha chiesto se ho una persona, anche giovane con competenze in Excel e SQL, cui fare produrre report che attingono dati da diverse fonti. Non sappiamo se per quel lavoro sia sufficiente mezza giornata o una intera (tutti i giorni). E non sappiamo se la persona sarà capace di svolgere con precisione e puntualità questo lavoro.
        Questo è il lavoro che c’è, qui ed ora.
        E con le nostre leggi è davvero difficile trasformarlo in un opportunità per chi il lavoro non ce l’ha e, forse non lo avrà mai.
        (ridicolo supporre di valutare la persona al lavoro nei 30gg. del “periodo di prova”)
        Cottimo non è una parolaccia!
        Chi più tutela, meno tutela

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