Archivio | dicembre, 2013

Capodanno, la lista della spazzatura

31 Dic

Io non credo al Capodanno. Ma amo le liste. E siccome oggi non ho proprio il tempo di fare la lista delle cose da tenere e da buttare, intanto vi regalo questa foto.

Il mio ex Mac ad "A"

Il mio ex Mac ad “A”

E’ quella della mia postazione al lavoro, dopo la chiusura del giornale in cui per tanti anni abbiamo lavorato. E’ una foto triste. E’ tra le “cose da buttare”.
Ma dipende da come la guardi.
A volte si parcheggia anche una Ferrari. Basta custodirla per bene. Io ho cercato di farlo con me stessa. Non sempre ci sono riuscita.
Ho cercato di mettere a frutto il lavoro di anni, la professionalità. Ho cercato di essere paziente. Ma per fortuna, non ho perso la capacità di arrabbiarmi. Quando serve.
Ognuno custodisca e si lasci custodire da mani buone.
Buon 2014 a tutti!!

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La mia Africa di Mandela, settembre 1995

6 Dic

L'ex presidente del Sudafrica Nelson Mandela, morto il 5 dicembre 2013

L’ex presidente del Sudafrica Nelson Mandela, morto il 5 dicembre 2013

Non avevo una fattoria in Africa. Ma di quel settembre del 1995 ricordo il mio primo impatto con il Sudafrica di Nelson Mandela. Rinasceva come nazione Arcobaleno, libera dalle sanzioni economiche e piena di speranza per un futuro di prosperità e riconciliazione tra oppressi e oppressori. Rachel, dell’ente del turismo, mi aveva aiutato a organizzare un viaggio “fai da te”, senza tour operator ma con molti buoni consigli. Meta, soprattutto i parchi naturali, il Kruger e poi il Kalahari.
Mandela era da poco più di un anno presidente, De Klerk suo vice. L’equilibrio sembrava un miracolo della politica e della democrazia.
“Guardi, questi negri, c’è poco da fidarsi. Come quella lì, sono tutti lazzaroni, ora il paese andrà alla deriva”. Fu la lezione di benvenuto della signora bionda che ci ospitò le prime notti, nel suo lodge di Pretoria. Ci metteva in guardia dalla governante di colore, lamentandosi per la scarsa solerzia della donna, che sembrava una Mamie alla Via col Vento, ma una Mamie dagli occhi tristi. Quello della Afrikaner, a modo suo, era un discorso politico.frica
Di quel viaggio ho tanti ricordi. Il colore e il profumo delle Jacaranda a Pretoria. La sensazione di paura al mio arrivo a Johannesburg, dove bianchi e neri restavano separati, i primi in fortini blindati di lusso, e lo sono tutt’ora. La gioia e i colori di Soweto, l’energia della guida, una bella signora che pareva una fotocopia di Winnie Mandela: ci mostrava le baracche, la chiesa anglicana di Holy Cross nella zona di Orlando, da cui partirono le rivolte degli studenti, ma soprattutto ci invitava a spendere in un negoziato di souvenir per turisti, anche se non eravamo proprio polli da spennare.
Ricordo il Kruger Park, organizzatissimo, all’olandese: il camp, recintato, i bungalow spartani, gli immancabili barbecue. Si usciva all’alba, segnavano il numero di targa, si rientrava tassativamente prima del tramonto. Mai scendere dall’auto, per carità, se non in luoghi recintati e sorvegliati. E intorno leoni leopardi zebre giraffe elefanti, liberi e felici, sembrava davvero di essere a Superquark.
Ricordo una lunga strada nel Transval, verso sud, circondata da sempreverdi. Era Africa, sembrava la Svizzera. Le guide suggerivano ancora di non tentare di fare amicizia con la gente nelle township. In effetti, di lì non passavano turisti. Ci eravamo fermati per uno snack veloce. E dalle case dei minatori sono accorsi decine di bambini e bambine. Curiosissimi, volevano capire chi fossimo, chiedevano monetine. Alla fine abbiamo diviso con loro il nostro pranzo: pane e formaggini olandesi confezionati. Erano allegri, sfrontati, bellissimi.
C’è poi un episodio che oggi mi fa sorridere e che racconto spesso agli amici. La Lonely Planet avvertiva: non date mai passaggi agli autostoppisti, è ancora troppo pericoloso, rischiate un colpo alla nuca per chi punta alla vostra auto. Eravamo forse a Pretoria, e dopo una serie di visite ero scesa da sola a comprami un gelato. Giovanni mi aspettava in macchina, una Toyota Corolla bianca presa a noleggio. Uscita dal bar, ho visto dentro adesso erano in tre: lui, e due neri. Sono risalita, infuriata: che fai, l’autostop? Sei tutto matto? “Ma no, sono due bravi signori devono andare dove andiamo noi”. Uno di loro era molto distinto, in giacca e cravatta, dovevo calmarmi, in fondo io ci credevo nella nazione arcobaleno, non ero una sporca neocolonialista in vacanza… Così abbiamo iniziato a fare due chiacchiere. Lui guidava, un po’ teso. Io ero accanto, i due sudafricani di dietro. Dove andate? Che cosa fate? Le risposte tardavano ad arrivare. Poi, la rivelazione. “Be’, io sono appena uscito di prigione. E questo signore, questo è il mio avvocato”. Avevamo dato un passaggio a un ladro di auto.

P.S. Vi piace questa veloce modifica grafica del blog? La nuova testata è un’illustrazione ed elaborazione grafica del grandissimo Gianni Bertazzoli, che qui colgo l’occasione per ringraziare!
Cristina Bianchi

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