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Le francesi, la Nutella (e il tasso di fecondità)

13 Ago

“Come sono giovani, come sono chic… come sono fertili le donne francesi”. Durante una recente vacanza in Provenza, tra fiumi meravigliosi e lungo le spiagge libere a sud, ci pensavo spesso.

Le mamme francesi arrivavano con ombrellino parasole, telo mare, piccola borsa frigo. C’è chi si portava la madre (o la suocera), nonna sportiva in pareo, chi scendeva con marito, sorelle, cognati, nipoti, insomma, una grande tribù.Image

Forse non è vero che noi italiane abbiamo più senso della famiglia. Certo, ho scelto d’istinto tappe e località fuori mano, più per sportivi che per signore bon-chic. E non dico che le francesi non avessero le loro grane. Le ho sentite perdere le staffe, sgridare bambinetti piuttosto innocenti – perché se porti un moccioso in spiaggia, non puoi pretendere che non si rotoli nella sabbia, o non resti tra le onde più del dovuto. Ma le francesi isteriche sono un’eccezione.

Una famiglia di ciclisti lungo il fiume Verdon

Una famiglia di ciclisti lungo il fiume Verdon

Più consuete, invece, le famiglie numerose: due, tre, quattro figli. Secondo l’Ined, Istituto nazionale di studi demografici, nel 2012 in Francia sono nati 792mila bambini e il tasso di fecondità medio resta stabile a due figli per donna, uno dei massimi in Europa.
In Italia, per l’Istat, la natalità è di nuovo in calo dal 2009: nel 2011 (ultimi dati disponibili) il tasso di è sceso a 1,39 figli per donna. Colpa sicuramente della crisi: lo conferma uno studio europeo dell’’Istituto tedesco Max Planck per la ricerca demografica.

Eppure la crisi morde anche in Francia, fa traballare il governo Hollande. Al di là dei soliti discorsi sul Welfare, che Oltralpe funziona ancora, mi pare che le ragioni non siano solo quelle dei numeri.

Ci vuole una certa “sana avventatezza” a fare figli presto, “a fare coppia presto”, a “scommettere sul futuro”. Dev’essere lo stesso entusiasmo che porta le francesi a imbarcarsi tra le dune selvagge con sorelle, nipoti, suocere e cognati, attrezzate con carico leggero, prosciutto in busta e pan carré. Tanto, lo sanno: prima o poi lungo la Côte passa il carrellino con una bella ragazza che, nonostante i 40 gradi, ti seduce con un fragrante beigné. E ci spalma sopra mezzo chilo di italianissima Nutella.

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Per le insegnanti felici gli esami non finiscono mai

17 Giu

L. ha 45 anni, insegna scienze motorie, ha quattro figli: frequentano università, liceo, scuole elementari. “Ieri ho fatto l’orale del concorsone” mi dice L. soddisfatta. È dimagrita ma ha finito di studiare, si spera. Sogna di non essere più precaria a vita.
N. è vicedirettrice di un dipartimento universitario. Insegna diritto. “Ora faccio una settimana al mare con le bambine, luglio e agosto lavoro: devo fare l’abilitazione scientifica nazionale. Non è obbligatorio ora, ma sai come vanno le cose in Italia” mi dice, “magari chissà quando ci sarà un altro appello… A ottobre devo consegnare un testo”.

Pietro Antonio Rotari, "Ragazza con libro”, 1707-1762

Pietro Antonio Rotari, “Ragazza con libro”, 1707-1762

Ho visto le insegnanti felici avevo scritto nel post di aprile 2012. Continuo a vederle queste docenti che amano il loro lavoro. Ma quanti sacrifici devono fare le più preparate per continuare a dare sapere e attenzione ai ragazzi. Ogni scelta è un salto nel buio, perché magari il successivo governo  ti cambia le carte in tavola e i criteri per “dare a te la pagella”. 

Qualche giorno fa il ministro Maria Chiara Carrozza ha detto:

I sistemi dell’istruzione, dell’università e della ricerca non possono vivere nell’incertezza perenne tra tagli e rimodulazioni in corso d’anno. Quello che serve è un orizzonte temporale pluriennale in cui il budget su cui sviluppare il sistema sia coerente con le politiche, le strategie e le priorità che il Paese s’impegna a perseguire…

Siete insegnanti o conoscete insegnanti di talento? Scrivete qui sotto le loro storie
Cristina Bianchi

Abstract: I see many happy teachers, here in Italy. But how many sacrifices have they to make, to go on, between cuts of the budget for School, bureaucracy, and personal uncertain future. Tell me your stories, below.

Se papà viene promosso (all’estero), perché la mamma piange?

25 Ott

Questa è una piccola storia vera, cambiano solo i nomi

Susanna e Pietro vivono a Milano, hanno tre bambini. Pietro per lavoro viene promosso. La nuova sede è a Lione.
Anche Susanna lavora, è ricercatrice universitaria. Molto stimata. A questo punto, Pietro frequenta un corso intensivo di francese, comincia le spedizioni in Francia. Tutto dev’essere pronto per l’anno prossimo, quando la famiglia si trasferirà a Lione per seguire il padre nella sua nuova  avventura professionale. Susanna dice: «È una bella opportunità per lui, e per il futuro dei nostri figli». 
Peccato che lei, per ora, all’estero non abbia nessun lavoro. Tra l’altro, sa solo l’inglese e al momento è impegnata (tra il lavoro full time a Milano, i tre figli da seguire) a raccogliere informazioni sulle migliori scuole a cui iscriveranno i figli a Lione. Cerca disperatamente di tenere insieme tutto. «Potremo prenderci una ragazza alla pari che parli bene il francese, che ne dici?». «Ma cara, abbiamo tre figli. Perché non te la prendi comoda? Non puoi fare per un po’ soltanto la mamma?».
Ecco. Anche quando si ama, è difficile capirlo. Che una donna appassionata del suo lavoro, dopo 40 anni e tre figli, sia terrorizzata all’idea di perderlo. «Ho studiato tanto, mi sono fatta un mazzo così, e ora lui mi dice, sta’ scialla». A Lione potrebbe almeno prendersi un master. Imparare  un paio di lingue. Investire sulla famiglia ma anche su di sé. Perché una donna non vale meno di un uomo. E se è anche madre è solo un regalo, ( e una responsabilità condivisa) in più.

E quando è lui a dover seguire lei? Magari ne parliamo un’altra volta

“Mai dimenticherò” – Il video choc del bambino conteso

19 Ott

“Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata.
Mai dimenticherò quel fumo. Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto. Mai dimenticherò quelle fiamme che bruciarono per sempre la mia Fede.
Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere.
Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto”. Ripensando al video-choc di “Lorenzo”, il bambino conteso in Veneto da genitori che se lo sono giocato a colpi di denunce, Carabinieri e telecamere “embedded”, mi è venuto in mente questo brano de La notte di Elie Wiesel, sull’impossibilità dell’oblio di Auschwitz.

Ho pensato allo scempio di quel bambino cliccato in rete, trasmesso in tv, dato in pasto al mondo.
Si è molto discusso tra giornaliste (ampio e interessante il dibattito nel gruppo di GIULIA) anche solo sull’opportunità di diffonderlo. La maggioranza si è espressa per il sì.
Io, a mente fredda, resto della mia: no, sicuramente mai così. Certo, senza quel video oggi non saremmo qui a parlare a fondo dei problemi che toccano i minori in situazioni di disagio. Né dei blitz dell’allontanamento, della PAS, sindrome non scientificamente approvata usata talvolta per sottrarre i bambini al genitore convivente. Ma il fine non giustifica il prezzo ulteriore che Lorenzo dovrà pagare: cristallizzato per sempre in quei quattro minuti che hanno fatto il giro del mondo. 

Perché non si può brandire come una spada la Carta di Treviso sulla deontologia giornalistica e i minori, quando è un Sallusti a pubblicare una ragazzina seminuda, a terra, ferita nell’attentato di Mesagne. E poi assolvere quel racconto in diretta di un bambino vivo, per amor di dibattito.
Nel mondo delle news si va sempre più veloce (e vale per tutti, ogni mezzo digitale carta o tv è ormai integrato con gli altri), non c’è il tempo per riflettere, l’importante è non prendere il “buco”. Ma in quel buco mediatico per ora ci è finito Lorenzo (che ovviamente non si chiama così). E noi con lui.

Cristina Bianchi

 Che ne pensate? Sono sicura che molti non saranno d’accordo 

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