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Capodanno, la lista della spazzatura

31 Dic

Io non credo al Capodanno. Ma amo le liste. E siccome oggi non ho proprio il tempo di fare la lista delle cose da tenere e da buttare, intanto vi regalo questa foto.

Il mio ex Mac ad "A"

Il mio ex Mac ad “A”

E’ quella della mia postazione al lavoro, dopo la chiusura del giornale in cui per tanti anni abbiamo lavorato. E’ una foto triste. E’ tra le “cose da buttare”.
Ma dipende da come la guardi.
A volte si parcheggia anche una Ferrari. Basta custodirla per bene. Io ho cercato di farlo con me stessa. Non sempre ci sono riuscita.
Ho cercato di mettere a frutto il lavoro di anni, la professionalità. Ho cercato di essere paziente. Ma per fortuna, non ho perso la capacità di arrabbiarmi. Quando serve.
Ognuno custodisca e si lasci custodire da mani buone.
Buon 2014 a tutti!!

Le francesi, la Nutella (e il tasso di fecondità)

13 Ago

“Come sono giovani, come sono chic… come sono fertili le donne francesi”. Durante una recente vacanza in Provenza, tra fiumi meravigliosi e lungo le spiagge libere a sud, ci pensavo spesso.

Le mamme francesi arrivavano con ombrellino parasole, telo mare, piccola borsa frigo. C’è chi si portava la madre (o la suocera), nonna sportiva in pareo, chi scendeva con marito, sorelle, cognati, nipoti, insomma, una grande tribù.Image

Forse non è vero che noi italiane abbiamo più senso della famiglia. Certo, ho scelto d’istinto tappe e località fuori mano, più per sportivi che per signore bon-chic. E non dico che le francesi non avessero le loro grane. Le ho sentite perdere le staffe, sgridare bambinetti piuttosto innocenti – perché se porti un moccioso in spiaggia, non puoi pretendere che non si rotoli nella sabbia, o non resti tra le onde più del dovuto. Ma le francesi isteriche sono un’eccezione.

Una famiglia di ciclisti lungo il fiume Verdon

Una famiglia di ciclisti lungo il fiume Verdon

Più consuete, invece, le famiglie numerose: due, tre, quattro figli. Secondo l’Ined, Istituto nazionale di studi demografici, nel 2012 in Francia sono nati 792mila bambini e il tasso di fecondità medio resta stabile a due figli per donna, uno dei massimi in Europa.
In Italia, per l’Istat, la natalità è di nuovo in calo dal 2009: nel 2011 (ultimi dati disponibili) il tasso di è sceso a 1,39 figli per donna. Colpa sicuramente della crisi: lo conferma uno studio europeo dell’’Istituto tedesco Max Planck per la ricerca demografica.

Eppure la crisi morde anche in Francia, fa traballare il governo Hollande. Al di là dei soliti discorsi sul Welfare, che Oltralpe funziona ancora, mi pare che le ragioni non siano solo quelle dei numeri.

Ci vuole una certa “sana avventatezza” a fare figli presto, “a fare coppia presto”, a “scommettere sul futuro”. Dev’essere lo stesso entusiasmo che porta le francesi a imbarcarsi tra le dune selvagge con sorelle, nipoti, suocere e cognati, attrezzate con carico leggero, prosciutto in busta e pan carré. Tanto, lo sanno: prima o poi lungo la Côte passa il carrellino con una bella ragazza che, nonostante i 40 gradi, ti seduce con un fragrante beigné. E ci spalma sopra mezzo chilo di italianissima Nutella.

Tra i 40 e i 50 anni, la nostra We-We-Me generation

24 Mag

Time ha dedicato la sua copertina alla Me Me Me Generation, trentenni cresciuti nel boom anni 80, narcisi e un po’ viziati, che oggi fanno i conti con una recessione arrivata senza preavviso (soggettivamente parlando). 
Ma vogliamo parlare anche di noi? Donne, tra i 40 e i 50, che giocavamo alla Barbie, saltavamo all’elastico con le Tepa Sport, e non avremmo mai indossato un Moncler perché era da paninari

Installazione Samsung al Tortona fuori salone, 2013

Installazione Samsung al Tortona fuori salone, 2013

Abbiamo studiato, agguantato un lavoro, messo al mondo bambini. O anche no.
Io  ho due figlie. Ora che sono più grandi respiro, ritrovo un po’ d’energia, vorrei fare meglio e continuare a scoprire il mondo. Invece, come molte altre, rischio di perdere  il lavoro. 
Ma c’è anche il bello della nostra generazione, che ha respirato  gli anni 70: il non rassegnarsi a una dimensione individuale dell’esistenza. Non c’è solo il Me-Me-Me.IMG_4755

C’è anche il We, il Noi. È non è semplicemente una questione di famiglia o di maternità. C’è la dimensione comune che nessun teleworking potrà sostituire. Le discussioni, gli scazzi tra colleghi. Il bookcrossing tra amici che esiste da secoli, prima di diventare moda.

Non mi rassegno a tornare mamma full-time. Né a pensare di cambiare il mondo da sola.

 

E voi? Che ne pensate? Lasciate sotto il vostro commento

Grazie Angelina, comunque

15 Mag

È una delle donne più belle del mondo. Con la scelta di farsi asportare i seni, per prevenire un possibile tumore ereditario, anche questa volta stupisce Angelina Jolie. Esagerata? Eccessiva, come sempre?
Io di questa notizia voglio prendermi il meglio. Una conferma anche per tutte le altre: quelle che non hanno i soldi della Jolie; quelle che la mastectomia non la scelgono ma la subiscono, perché il nemico è lì, è già nel corpo. Restano belle donne. Affascinanti. Sensuali. Combattive. E non devono scoraggiarsi, anche se al loro fianco non c’è un signor Jolie-Pitt.

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Che ne pensate?

Cristina Bianchi

La community del bus 50

14 Mag

“Speriamo molto nel ministro nero”. Me lo confida così, con parole semplici, B., filippina che incontro sulla 50 che va da Lorenteggio a Cairoli. Vive e lavora da 16 anni a Milano. Sua figlia va a scuola con la mia. La bambina ha 11 anni, non la cittadinanza italiana. “Ma io sono contenta ho il permesso permanente. Tutto in regola, possiamo tornare in Pilippine a vedere i parenti”.
Sul bus stracolmo sale una vecchietta italiana sugli 85 anni, ricurva, con due golf di lana. Tre signore latinoamericane si adoperano per farle spazio. “Scusi, può alzarsi?” chiedono a una ragazza con le cuffiette che non le sente, seduta nel posto riservato agli invalidi (dove spesso mi accascio anch’io quando la 50 è più vuota). Sbuffi generali. Fa caldo. Sulla 50 c’è uno studente nero, molti nordafricani, tanti liceali e universitari della Cattolica. Un manager dagli occhi orientali sta in piedi, composto. “Speriamo molto nel ministro nero”.

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È meglio accudire o essere accuditi?

11 Giu

Non si invecchia mai insieme. Ho appena finito di leggere un bel libro che è nello stesso tempo un inno alla vita di coppia e un antidoto contro le illusioni della mistica matrimoniale. 
Si chiama Il senso dell’amore – storia di un matrimonio (Einaudi). L’ha scritto nel 2008 Alix Kates Shulman, femminista americana, classe 1932. Che a proposito del giuramento solenne “nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia”, subito avverte:
Quando si fa quel giuramento, per quanto lo si prenda con noncuranza, si sa che a meno di una separazione, uno dei due finirà per prendersi cura dell’altro, o uno dei due finirà per sopravvivere all’altro. Ma quale dei due, quando, per quanto tempo e a quale prezzo, non è dato sapere, anche se le probabilità indicano che sarà lei a prendersi cura di lui (…). Ma come una maledizione in una fiaba, non ci credi davvero; cerchi di ignorarla finché non ti cade addosso (…).
Il libro racconta la storia vera dell’autrice, sposata in seconde nozze con lo scultore Scott York. Coppia affiatata, interessi comuni, dalle mostre allo sport,  radical chic. Finché, durante una vacanza nel Maine, lui una notte cade da un soppalco, emorragia cerebrale e… Gli equilibri iniziali vanno ridefiniti, giorno dopo giorno. Lei non lo lascia semplicemente nelle mani dei tecnici; segue passo passo la sua riabilitazione. Così le tocca mettere in discussione l’autonomia conquistata in anni di femminismo militante, i consigli delle amiche che la giudicano un’aliena, la validità del testamento biologico sottoscritto da Scott, visto che lui, privo della memoria a breve termine, continua a ripeterle “con te mi sento così felice”.

Francesca Neri e Fabrizio Bentivolgio nel film “Una sconfinata giovinezza

È un libro che non rallegra ma un po’ rasserena. Anche se la situazione della coppia benestante di New York è lontana anni luce da quel che accadrebbe a una famiglia  middle class non dico di Lecce, ma nemmeno di Roma o Milano.
Però suscita domande: a un certo punto della vita, meglio accudire o essere accuditi? Possiamo arrivare preparati a quel momento? E poi: saremo la stessa persona, oppure tutto ciò che pensiamo adesso del nostro “essere vecchi” sarà smentito dai fatti?

Cristina Bianchi

Melissa che voleva andare a scuola

21 Mag

Un Paese che non sta in piedi. Così, col suggerimento della collega Francesca, stavo per titolare il post di oggi, pensando al terremoto in Emilia e al terremoto innaturale e violento che a Brindisi ha ucciso Melissa mandando in pezzi tante altre vite. Poi ho letto la bella cronaca di Rita Querzé sul Corriere della Sera da Finale Emilia,  e i racconti del salvataggio della piccola Vittoria sotto le macerie. Ho deciso che quel titolo non rendeva ragione dell’impegno di tanti cittadini, e di quei professionisti che rischiano la vita, come il pompiere ferito mentre sistemava un cornicione.
Penso ai ragazzi che oggi a Brindisi sono tornati a scuola, per condividere dolore e battaglie. Contro la mafia, l’eversione – o la follia – ci vuole coraggio e cuore, e mente lucida per decidere dove stare.  «Dobbiamo rompere questi silenzi complici, le zone grigie di quelli che stanno con piede da una parte ed uno dall’altra» ha detto don Luigi Ciotti.

A chi ha guardato in questi giorni una certa tv del dolore – che indugiava su parenti in corsie d’ospedale – vorrei ricordare che non cerchiamo in Puglia capri espiatori da dare in pasto alla stampa. Ma responsabili e, se ci sono, mandanti.
E vogliamo sapere come mai, nel 2000, in Emilia, si costruiscono ancora capannoni industriali – capannoni, non grattacieli – che non reggono alle scosse.
Per onorare Melissa, che voleva andare a scuola. E Vittoria, che a scuola ci andrà.

Cristina Bianchi

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