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Mamme lavoro e post-maternità 

30 Apr

Particolare di “Maternità” di Matteo Curcio

Oggi vorrei condividere con voi questo interessante articolo di Rita Querzé pubblicato su La 27esima Ora

Ecco tutto i motivi per cui dopo la maternità le donne guadagnano meno.

La 27esima ora

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Se papà viene promosso (all’estero), perché la mamma piange?

25 Ott

Questa è una piccola storia vera, cambiano solo i nomi

Susanna e Pietro vivono a Milano, hanno tre bambini. Pietro per lavoro viene promosso. La nuova sede è a Lione.
Anche Susanna lavora, è ricercatrice universitaria. Molto stimata. A questo punto, Pietro frequenta un corso intensivo di francese, comincia le spedizioni in Francia. Tutto dev’essere pronto per l’anno prossimo, quando la famiglia si trasferirà a Lione per seguire il padre nella sua nuova  avventura professionale. Susanna dice: «È una bella opportunità per lui, e per il futuro dei nostri figli». 
Peccato che lei, per ora, all’estero non abbia nessun lavoro. Tra l’altro, sa solo l’inglese e al momento è impegnata (tra il lavoro full time a Milano, i tre figli da seguire) a raccogliere informazioni sulle migliori scuole a cui iscriveranno i figli a Lione. Cerca disperatamente di tenere insieme tutto. «Potremo prenderci una ragazza alla pari che parli bene il francese, che ne dici?». «Ma cara, abbiamo tre figli. Perché non te la prendi comoda? Non puoi fare per un po’ soltanto la mamma?».
Ecco. Anche quando si ama, è difficile capirlo. Che una donna appassionata del suo lavoro, dopo 40 anni e tre figli, sia terrorizzata all’idea di perderlo. «Ho studiato tanto, mi sono fatta un mazzo così, e ora lui mi dice, sta’ scialla». A Lione potrebbe almeno prendersi un master. Imparare  un paio di lingue. Investire sulla famiglia ma anche su di sé. Perché una donna non vale meno di un uomo. E se è anche madre è solo un regalo, ( e una responsabilità condivisa) in più.

E quando è lui a dover seguire lei? Magari ne parliamo un’altra volta

Quando la flessibilità fa male (parola di New York Times)

20 Set

E c’è ancora chi dice: non assumo donne in età fertile per non avere rogne, perché ti piazzano un figlio, i costi sono alti, la mia azienda non è babbo natale… 

Ora vorrei condividere con voi qualche riflessione sul motivo per cui una working mom spesso è più produttiva della media.
1) Non ha tempo da perdere. Ci è abituata. Ama lavorare per obiettivi e portare a casa il risultato (la cena pronta col pupo che strilla, gli orari da rispettare , le valigie preparate la sera, per dire).
2) Non punta a fare notte in azienda per farsi vedere dal capo. Niente straordinari a sbafo, solo quelli necessari. 
3) È più organizzata. Sa cosa vuol dire delegare (ha delegato in parte la cura dei figli, più di così..), sa cosa significhi avere un programma giornaliero e settimanale.
Ma proprio mentre riflettevo su tutto questo, e sul dramma delle dimissioni in bianco (fatte firmare alle neoassunte per potersene sbarazzare al primo “pancione”), mentre pensavo al mantra della Produttività Oraria, oggi invocata per delocalizzare a Detroit come a Tychy, (per il bene d’impresa s’intende), ecco che un articolo di Susan Lambert sul New York Times dal titolo “Quando la flessibilità fa male”.
Racconta proprio di due mondi diversi, entrambi sotto attacco: quello dei salariati americani (con stipendio fisso, orari, assicurazione sanitaria pagata), e quell dei lavoratori a cottimo (pagati a ora, a giornata, a seconda del flusso di domanda, con zero tutele, zero assicurazioni). “The different pressures on salaried and hourly workers arise from companies’ trying to maximize productivity”. Scrive Lambert.   “Professional positions come with fixed costs (yearly salaries and benefits like health insurance) that are incurred regardless of how many hours the employee works. So employers have an incentive to have those individuals work as much as possible. One person is often doing the work of two. The inverse is true in hourly jobs…..”.
In sintesi: alle aziende negli Usa conviene assumere pochissimi “garantiti” e su di loro esercitare una pressione altissima (come dice Lambert, devono lavorare per due). E arruolare legioni di senza nome, senza diritti, da spalmare  sulla catena produttiva (bar, ristoranti, supermercati ma anche call center, fabbrichette) come un elastico.

Vi ricorda qualcosa?

E chissà che nel suo prossimo discorso alla Nazione, la mom-in-chief Michelle Obama non si ricordi anche di loro: genitori “salaried” e “hourly jobs”. E che qualcuno, in Italia, al di là dei proclami si ricordi davvero delle donne che lavorano, delle mamme che vorrebbero farlo.

Cristina Bianchi

(lasciate un commento in fondo alla pagina!)

Capo, prometto di esserti fedele sempre

16 Mag

Racconta Lucia de Stefani, una delle ventenni di “A” che vive e lavora a New York: “Quando invii un curriculum negli Stati Uniti per cercare lavoro, devi curare la forma, scriverlo su carta di ottima qualità, condensare la vita in una pagina. Ma attenzione a non scrivere la data di nascita. Perché nessuno dev’essere discriminato in base all’età (oltre che al sesso, alla razza, allo stato civile).

Demi Moore e Michael Douglas nel film “Rivelazioni”Al colloquio di selezione non ti chiederanno se sei sposata, se hai figli, tantomeno se pensi di farli. Anche la foto, per questi motivi, non è gradita. Non so se sorridere o no ripensando ai miei colloqui in Italia (“Sei fidanzata? Pensi di sposarti?” “Macché”. Poi, l’ho fatto subito dopo durante un contratto a termine. “E ora vorrai fare dei figli?” “Per carità”. Per fortuna sono arrivati. Non giudico chi mi ha posto queste domande. Erano donne in gamba. Era nel gioco delle parti e ho omesso quel che andava omesso con assoluta spontaneità.
Ma che abisso tra le regole americane e le nostre policy scritte e non scritte.

Cristina Bianchi

E voi, che ne pensate?
Raccontate qui sotto la vostra storia.  (l’ indirizzo mail non comparirà).

L’amore costa: il prezzo del part time

11 Apr

Non invidiate le amiche che hanno un lavoro part time. Se poi hanno dei figli, le vedrai correre dall’ufficio alla scuola, dal corso di nuoto alle feste di compleanno, dalla logopedista al cartolaio: è la mamma taxi, l’altra metà del part time. Certo, resta uno strumento formidabile per conciliare i tempi di lavoro e di vita. Ma finché rimane destinato principalmente alle donne, desta sospetti.

Potrebbe essere una buona notizia quella dell’Istat (quarto trimestre 2011): crescono gli occupati a tempo parziale:  +4,7%, pari a 166.000 unità.

Così non è. Primo: perché i full time continuano a scendere (-148.000 unità). Secondo: perché il part time, nell’era del governo dei tecnici, è sempre meno una scelta. Ma una strategia che permette alle aziende di contenere i costi: salari di base ridotti, tfr modici e possibilità di utilizzare le ore supplementari per fronteggiare i picchi di domanda. 

Poi ci sono i casi estremi, come nella grande distribuzione. Dove il capetto del supermercato dispensa ore in più, per premiare chi ha bisogno di guadagnare, in cambio di un simpatico “sii bella e stai zitta”. La regola è questa, fateci caso quando riempite il carrello: la cassiera è donna, assunta part time, così non può ambire a fare carriera. Questa è riservata solo ai futuri capi reparto. Di solito uomini.

Cristina Bianchi

Più tabelline per tutte

3 Apr

Le ragazze a pettinare le bambole. I maschietti a smanettare al computer. Non è un problema italiano. Sul New York Times Katie Hafner racconta la passione e l’impegno di Maria Klawe, rettore dell’Harvey Mudd College a Claremont, California. Una prof di 60 anni che sfreccia nel campus in skateboard e ha dedicato gli ultimi sette anni alla causa: rendere la matematica e l’informatica più attraente per le ragazze. “Quando sono arrivata all’Harvey, nel 2005, le laureate in informatica erano meno del 10 per cento”. Oggi, sono quattro su dieci. Come ci è riuscita? “Ho cercato di abbattere gli stereotipi che vogliono le femmine meno portate dei maschi. E introdotto corsi propedeutici divertenti. Fare informatica non vuol dire solo programmare”.

In Italia, contro il gender gap nelle scienze ha scritto Elisabetta Strickland nel  suo libro Scienziate d’Italia, (Donzelli).  Strickland, che insegna Algebra all’università di Roma Tor Vergata, ricorda che alle facoltà scientifiche il 50% degli iscritti sono donne. Poi però scendono al 30 % tra i ricercatori e a un quinto tra i docenti universitari.

Sarebbe troppo facile dire che manca la preparazione degli insegnanti nella scuola di base. La mia amica Gaia si laurea in scienze della formazione. Una sera ha guardato con ammirazione il broccolo romanesco che stavo per cucinare: “È uno splendido esempio di frattale!”. L’ha fotografato per mostrarlo al corso di didattica della matematica. Ai genitori resta il compito, meno eccitante, di ripassare con le figlie femmine le tabelline. O magari leggere con loro i libri di Margherita Hack e Rita Levi Montalcini. Per mostrare che la scienza è una splendida avventura per donne. Che ne pensate?

Cristina Bianchi

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