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Porta anche tu il babbo al lavoro!

20 Set

La ripresa è timidissima. La disoccupazione giovanile galoppa. In Italia può quindi far sorridere l’iniziativa “Porta i tuoi genitori in azienda”, promossa nel mondo per il 7 Novembre 2013 dalla rete sociale LinkedIn. “Vieni papà, ti porto in azienda. Ops, quale azienda?”.

Nuove professioni: gladiatori per show, all'arena romana di Nîmes.

Nuove professioni: gladiatori per show, all’arena romana di Nîmes.


Eppure è un’iniziativa interessante (vedi il sito). Un italiano su tre lo ammette: non sa descrivere bene che cosa fa al lavoro sua figlia (o suo figlio). Lo svela la ricerca condotta per LinkedIn da Opinium Research (che ha intervistato 16.102 persone nel mondo, 1.003 in Italia).
La buona notizia è che gli italiani non finiscono agli ultimi posti. Insomma, non sembrano i più disinformati, i più imbranati.

In Europa, i genitori che si raccapezzano meno tra le nuove professioni (User Interface Designer, chi era costui?) sono piuttosto i francesi. Ah, la Culture! Si vede che non basta.
Ma quali sono i 10 lavori che i genitori italiani fanno più fatica a capire? Al primo posto, la professione di Attuario (83%) seguita dall’User interface designer (76%). E poi, che mai faranno il Data Scientist, il Revisore Contabile, il Social Media Manager?

Professione camariere: ma se il ristorante si allaga...

Professione cameriere: ma se il ristorante si allaga…

Alcune delle categorie meno comprese sono in realtà affascinanti. L’Attuario, per esempio, è professione antica (e forse, da antichi). È un professionista che lavora nelle assicurazioni: calcola la probabilità che un tale evento da assicurare si verifichi; sulla base dei suoi calcoli, aiuta la compagnia a stabilire gli importi delle polizze. P.S. Non invido gli attuari delle assicurazioni della Costa Concordia: potevano prevedere l’inchino?

Ma torniamo al Bring In Your Parents Day (cliccando qui potete vedere un video girato negli uffici LinkedIn a Dublino). Scopo del progetto è incrociare generazioni, favorire la comunicazione tra genitori e figli sul tema del lavoro e i consigli. A voi lascio solo una domanda: portereste sul vostro luogo di lavoro mamma e papà?

Cristina Bianchi

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Per le insegnanti felici gli esami non finiscono mai

17 Giu

L. ha 45 anni, insegna scienze motorie, ha quattro figli: frequentano università, liceo, scuole elementari. “Ieri ho fatto l’orale del concorsone” mi dice L. soddisfatta. È dimagrita ma ha finito di studiare, si spera. Sogna di non essere più precaria a vita.
N. è vicedirettrice di un dipartimento universitario. Insegna diritto. “Ora faccio una settimana al mare con le bambine, luglio e agosto lavoro: devo fare l’abilitazione scientifica nazionale. Non è obbligatorio ora, ma sai come vanno le cose in Italia” mi dice, “magari chissà quando ci sarà un altro appello… A ottobre devo consegnare un testo”.

Pietro Antonio Rotari, "Ragazza con libro”, 1707-1762

Pietro Antonio Rotari, “Ragazza con libro”, 1707-1762

Ho visto le insegnanti felici avevo scritto nel post di aprile 2012. Continuo a vederle queste docenti che amano il loro lavoro. Ma quanti sacrifici devono fare le più preparate per continuare a dare sapere e attenzione ai ragazzi. Ogni scelta è un salto nel buio, perché magari il successivo governo  ti cambia le carte in tavola e i criteri per “dare a te la pagella”. 

Qualche giorno fa il ministro Maria Chiara Carrozza ha detto:

I sistemi dell’istruzione, dell’università e della ricerca non possono vivere nell’incertezza perenne tra tagli e rimodulazioni in corso d’anno. Quello che serve è un orizzonte temporale pluriennale in cui il budget su cui sviluppare il sistema sia coerente con le politiche, le strategie e le priorità che il Paese s’impegna a perseguire…

Siete insegnanti o conoscete insegnanti di talento? Scrivete qui sotto le loro storie
Cristina Bianchi

Abstract: I see many happy teachers, here in Italy. But how many sacrifices have they to make, to go on, between cuts of the budget for School, bureaucracy, and personal uncertain future. Tell me your stories, below.

La community del metro dove chi legge parla

1 Giu

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Anche il metró, a Milano, ha la sua community di viaggiatori connessi, disconnessi tra loro. “Nessuno parla più con l’altro. E in realtà nessuno legge. Smanettano” osserva il mio collega Silvano.
Mi ci metto dentro, in pieno. Io ho scritto questo post di ladyatwork sull’iphone dal metró. MM2, direzione cologno nord.
È come se inconsciamente i viaggiatori si distribuissero in tribù. Davanti a me ci sono gli smanettoni. Più avanti, studenti o ricercatori del Politecnico con romanzi di Sellerio, appunti da studiare. Chi legge su carta chiacchiera col vicino. Chi smanetta sembra perso nel suo solipsismo, ma forse comunica, chatta.
Le ricerche dicono che le donne stanno più tempo sul web ma qui la community del metró 2, suggerisce un pareggio.

E voi? Sui mezzi pubblici leggete su carta, dormite o digitate sui vostri tablet o smartphone?

Cristina Bianchi

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Tra i 40 e i 50 anni, la nostra We-We-Me generation

24 Mag

Time ha dedicato la sua copertina alla Me Me Me Generation, trentenni cresciuti nel boom anni 80, narcisi e un po’ viziati, che oggi fanno i conti con una recessione arrivata senza preavviso (soggettivamente parlando). 
Ma vogliamo parlare anche di noi? Donne, tra i 40 e i 50, che giocavamo alla Barbie, saltavamo all’elastico con le Tepa Sport, e non avremmo mai indossato un Moncler perché era da paninari

Installazione Samsung al Tortona fuori salone, 2013

Installazione Samsung al Tortona fuori salone, 2013

Abbiamo studiato, agguantato un lavoro, messo al mondo bambini. O anche no.
Io  ho due figlie. Ora che sono più grandi respiro, ritrovo un po’ d’energia, vorrei fare meglio e continuare a scoprire il mondo. Invece, come molte altre, rischio di perdere  il lavoro. 
Ma c’è anche il bello della nostra generazione, che ha respirato  gli anni 70: il non rassegnarsi a una dimensione individuale dell’esistenza. Non c’è solo il Me-Me-Me.IMG_4755

C’è anche il We, il Noi. È non è semplicemente una questione di famiglia o di maternità. C’è la dimensione comune che nessun teleworking potrà sostituire. Le discussioni, gli scazzi tra colleghi. Il bookcrossing tra amici che esiste da secoli, prima di diventare moda.

Non mi rassegno a tornare mamma full-time. Né a pensare di cambiare il mondo da sola.

 

E voi? Che ne pensate? Lasciate sotto il vostro commento

La community del tram 14

24 Apr

Mi piace molto questa foto che ho scattato sabato scorso sul tram 14, quello che a Milano da zona Solari va in Duomo. Sono tutte a smanettare sullo smartphone: ragazze signore, tante straniere. Certo, potrebbero parlarsi tra loro. In realtà è una community viva. Molte ragazzine compulsano facebook insieme, organizzano il sabato sera. Non è bene che l’uomo sia solo. Neanche in tram. Che ne pensate?

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Anna, che avrà 20 anni nel 2033

15 Apr

Anna

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istallazione al fuori salone 2013, Milano

Anna è una bimba nata il 7 aprile che mi è molto cara. Avrà vent’anni nel 2033. È nata a Milano e le sue opportunità sono diverse da chi nasce oggi in Africa o in India. Non necessariamente migliori.
In italia l’Istat ha contato circa 200 mila senza lavoro tra i laureati sotto i 35 anni e la mobilità sociale si è ridotta.
Però non penso che il futuro di Anna sarà per forza peggiore del nostro.
Anna ha una mamma giramondo. Probabilmente farà esperienze di ambienti sociali diversi, imparerà le lingue, imparerà ad adattarsi.

Animazione remote control allo spazio Samsung in via Tortona 27, a Milano @Cristinbianchi

Fra pochi anni consulterà un device sfogliando lo schermo con il gesto di una mano, guidata dai sensori. Chissà che cosa mangerà, come si curerà, che cosa studierà.
Il mondo non si arrende. Le donne non si arrendono. Sapranno costruire un futuro migliore?
E voi, che ne pensate del 2033?

“Mai dimenticherò” – Il video choc del bambino conteso

19 Ott

“Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata.
Mai dimenticherò quel fumo. Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto. Mai dimenticherò quelle fiamme che bruciarono per sempre la mia Fede.
Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere.
Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto”. Ripensando al video-choc di “Lorenzo”, il bambino conteso in Veneto da genitori che se lo sono giocato a colpi di denunce, Carabinieri e telecamere “embedded”, mi è venuto in mente questo brano de La notte di Elie Wiesel, sull’impossibilità dell’oblio di Auschwitz.

Ho pensato allo scempio di quel bambino cliccato in rete, trasmesso in tv, dato in pasto al mondo.
Si è molto discusso tra giornaliste (ampio e interessante il dibattito nel gruppo di GIULIA) anche solo sull’opportunità di diffonderlo. La maggioranza si è espressa per il sì.
Io, a mente fredda, resto della mia: no, sicuramente mai così. Certo, senza quel video oggi non saremmo qui a parlare a fondo dei problemi che toccano i minori in situazioni di disagio. Né dei blitz dell’allontanamento, della PAS, sindrome non scientificamente approvata usata talvolta per sottrarre i bambini al genitore convivente. Ma il fine non giustifica il prezzo ulteriore che Lorenzo dovrà pagare: cristallizzato per sempre in quei quattro minuti che hanno fatto il giro del mondo. 

Perché non si può brandire come una spada la Carta di Treviso sulla deontologia giornalistica e i minori, quando è un Sallusti a pubblicare una ragazzina seminuda, a terra, ferita nell’attentato di Mesagne. E poi assolvere quel racconto in diretta di un bambino vivo, per amor di dibattito.
Nel mondo delle news si va sempre più veloce (e vale per tutti, ogni mezzo digitale carta o tv è ormai integrato con gli altri), non c’è il tempo per riflettere, l’importante è non prendere il “buco”. Ma in quel buco mediatico per ora ci è finito Lorenzo (che ovviamente non si chiama così). E noi con lui.

Cristina Bianchi

 Che ne pensate? Sono sicura che molti non saranno d’accordo 

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