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Quando sei nato non puoi più nasconderti/2

4 Ott

“Mamma, posso dirti una cosa? Io quasi non mi commuovo più. Sì, lo so, questa volta i morti sono tanti, ma ogni giorno vediamo questi sbarchi, queste notizie. Finisce che non mi viene da piangere più”. Questa, ieri sera, mia figlia, davanti al dramma di Lampedusa. Mia figlia la saggia. In anticipo sull’editoriale fiume di Adriano Sofri di oggi su Repubblica.

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E più che spiegarle, come fa Sofri, il Vangelo, la parabola del buon samaritano, le ho ricordato la dura legge della notiziabilità: fa più notizia qualcosa di raro nel tempo, vicino a noi nello spazio, almeno nello spazio psicologico. Come raccontava Manlio Mariani, maestro di giornalismo, con un aneddoto: un antico quotidiano era già in rotativa in piena notte, quando arrivò la notizia di una nave affondata con centinaia di morti chissàdove. Qualcuno avvisò con urgenza il direttore: Fermiamo le rotative! Il capo chiese il come, il quando dell’evento. Gli risposero: una nave turca, con l’equipaggio turco. E il direttore commentò: Vabbe’, tutti turchi, tutti morti. Non era il caso di rallentare la macchina. 
Oggi non ci sono più rotative da fermare, perché il Web ti aggiorna all’istante. I “turchi” sono il vicino di casa. E diventa notizia ciò che ha un’immagine per colpire, una storia in video da raccontare. Però continuo a chiedermi, a chiedervi: voi ieri vi siete commossi? Serve ancora? Dio nella Bibbia si “commuove fino alle viscere” per le sorti del suo popolo. Dell’uomo, invece, sono più necessarie le lacrime o l’indignazione? 

Da Roma a Lampedusa, quando sei nato non puoi più nasconderti

2 Lug

Siamo tutti un po’ migranti. O lo siamo stati. O lo sono stati  i nostri nonni. Forse lo saranno i nostri figli.
Lunedì 8 luglio papa Francesco visiterà l’isola di Lampedusa, “in forma privata”. Un gesto, un altro segno di rottura del vescovo di Roma.

Francesco Bergoglio

Francesco Bergoglio


Lui stesso è figlio di emigranti. Papà Mario era un funzionario delle ferrovie,  salpò nel 1928 da Genova per Buenos Aires.  Lunedì suo figlio andrà a pregare per gli emigranti: i vivi, i senza diritti, quelli che in mare hanno perso la vita.

Qualche anno fa ho assistito a uno sbarco di africani. Ero nella lunghissima spiaggia oltre Punta Secca, in provincia di Ragusa, quella vicino alla “casa” di Montalbano in tv. 

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Arrivarono alle tre del pomeriggio con un barcone, in una quarantina. Indossavano tutti un giubbotto e un cappellino blu.
Da lontano, potevi scambiarli per  turisti. Erano molto giovani. Calmi. Sfiniti
Scesero uno a uno, senza fretta,  tanto che all’inizio non ero neppure sicura che fosse un vero sbarco. 

Dissero “Bonjour”, e rapidamente corsero su per le dune, gli orti, le  serre di pomodori, gli sterrati. Poi chissà.

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La riserva di Vendicari, in Sicilia

Chissà dove è finito il loro viaggio. Per molti il percorso è noto e l’ha raccontato molto bene Fabrizio Gatti nei suoi reportage sull’Espresso

Come cambierà la nostra vita migrante e la loro, dipende anche da noi.

Cristina Bianchi

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