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Rischi di perdere il lavoro? Scriviamo insieme la lista delle cose da fare

11 Giu

Una delle passioni del nostro tempo è compilare la “to do list”, la lista dei buoni propositi e delle cose da fare: per il nuovo anno, per l’arrivo di un figlio, per non restare a lungo single, per migliorare la propria posizione…
Americanate? Sì, ma gli anglosassoni sono pragmatici. E a volte i consigli aiutano, magari solo per capire che non fanno per te.
Qui voglio scrivere con voi la lista delle “10 cose da fare se rischi o hai già perso il lavoro”.

La pizzeria occupata a MIlano, prima dello sgombero

La pizzeria occupata a MIlano, prima dello sgombero

Scegliamo 10 punti fissi. Io ve ne suggerisco 5, gli altri pensateli voi!

1) Formatevi: che siate operaia, sarta o manovale della conoscenza, non importa. Il mondo corre in fretta. Iscrivetevi a un corso per apprendere qualcosa di innovativo sul vostro mestiere . Non è gratis? Investite su di voi.
2) Depressione, vade retro. È lì, in agguato. Le donne lo sanno, gli uomini non ne parlano. Non lasciatevi andare, chiedete aiuto in caso di bisogno: un’amica, un medico, un parente. Non state troppo sole.
3) Apritevi al mondo. Vi verrà la tentazione di chiudervi, soprattutto se avete perso le sicurezze. Niente di male a dire: “Cerco lavoro”. Non è una parolaccia.
4) Divertitevi: sì divertitevi.  Ci sono cose che amate fare? Se non ora, quando?
5) Siate generose. Guardatevi intorno. Molti potrebbero aver bisogno della vostra esperienza.  Ma non fatevi sfruttare da chi non lo merita. La vostra competenza ha un valore, e un prezzo.

E ora? Aggiungete i vostri 5 punti! (sotto i pulsanti di Twitter e Fb c’è spazio per i commenti)

Cristina Bianchi

Grazie Angelina, comunque

15 Mag

È una delle donne più belle del mondo. Con la scelta di farsi asportare i seni, per prevenire un possibile tumore ereditario, anche questa volta stupisce Angelina Jolie. Esagerata? Eccessiva, come sempre?
Io di questa notizia voglio prendermi il meglio. Una conferma anche per tutte le altre: quelle che non hanno i soldi della Jolie; quelle che la mastectomia non la scelgono ma la subiscono, perché il nemico è lì, è già nel corpo. Restano belle donne. Affascinanti. Sensuali. Combattive. E non devono scoraggiarsi, anche se al loro fianco non c’è un signor Jolie-Pitt.

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Che ne pensate?

Cristina Bianchi

“Mai dimenticherò” – Il video choc del bambino conteso

19 Ott

“Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata.
Mai dimenticherò quel fumo. Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto. Mai dimenticherò quelle fiamme che bruciarono per sempre la mia Fede.
Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere.
Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto”. Ripensando al video-choc di “Lorenzo”, il bambino conteso in Veneto da genitori che se lo sono giocato a colpi di denunce, Carabinieri e telecamere “embedded”, mi è venuto in mente questo brano de La notte di Elie Wiesel, sull’impossibilità dell’oblio di Auschwitz.

Ho pensato allo scempio di quel bambino cliccato in rete, trasmesso in tv, dato in pasto al mondo.
Si è molto discusso tra giornaliste (ampio e interessante il dibattito nel gruppo di GIULIA) anche solo sull’opportunità di diffonderlo. La maggioranza si è espressa per il sì.
Io, a mente fredda, resto della mia: no, sicuramente mai così. Certo, senza quel video oggi non saremmo qui a parlare a fondo dei problemi che toccano i minori in situazioni di disagio. Né dei blitz dell’allontanamento, della PAS, sindrome non scientificamente approvata usata talvolta per sottrarre i bambini al genitore convivente. Ma il fine non giustifica il prezzo ulteriore che Lorenzo dovrà pagare: cristallizzato per sempre in quei quattro minuti che hanno fatto il giro del mondo. 

Perché non si può brandire come una spada la Carta di Treviso sulla deontologia giornalistica e i minori, quando è un Sallusti a pubblicare una ragazzina seminuda, a terra, ferita nell’attentato di Mesagne. E poi assolvere quel racconto in diretta di un bambino vivo, per amor di dibattito.
Nel mondo delle news si va sempre più veloce (e vale per tutti, ogni mezzo digitale carta o tv è ormai integrato con gli altri), non c’è il tempo per riflettere, l’importante è non prendere il “buco”. Ma in quel buco mediatico per ora ci è finito Lorenzo (che ovviamente non si chiama così). E noi con lui.

Cristina Bianchi

 Che ne pensate? Sono sicura che molti non saranno d’accordo 

Dello Yoga & di altri demoni: segui il tuo karma in pausa pranzo

2 Ott

Lo yoga in pausa pranzo fa bene. Tonifica. Schiarisce la mente. Rilassa e regala energia. Non c’era bisogna di impararlo da Arianna Huffington, Lady Web, che ha offerto sessioni di yoga bipartisan, alla convention dei democratici Usa come a quella dei Repubblicani.
Qui in Rizzoli lo sappiamo da una dozzina d’anni, o anche più. Le lezioni di yoga sono sempre più seguite, affollate. Democratiche. Dalla top manager alla stagista, sono tutti ben accolti. Invitati a scoprire i propri limiti, le proprie potenzialità. 
Certo, a volte dopo due minuti di Shavasana (la posizione del cadavere), sogneresti di schiacciarti un infinito pisolino. Ma basta un po’ di Virabhadrasana (il Guerriero), e magari un bel caffè doppio, per ritrovare lo slancio e l’idea giusta per il prossimo titolo.
Il merito più grande però va ad Aldene, insegnante dai superpoteri, flessibile ma inflessibile, un po’ guru un po’ magica. Capace di correggerti senza farti sentire inadeguata.

E voi, come recuperate?

Scrivete, scrivete….

Cristina Bianchi

Quando la flessibilità fa male (parola di New York Times)

20 Set

E c’è ancora chi dice: non assumo donne in età fertile per non avere rogne, perché ti piazzano un figlio, i costi sono alti, la mia azienda non è babbo natale… 

Ora vorrei condividere con voi qualche riflessione sul motivo per cui una working mom spesso è più produttiva della media.
1) Non ha tempo da perdere. Ci è abituata. Ama lavorare per obiettivi e portare a casa il risultato (la cena pronta col pupo che strilla, gli orari da rispettare , le valigie preparate la sera, per dire).
2) Non punta a fare notte in azienda per farsi vedere dal capo. Niente straordinari a sbafo, solo quelli necessari. 
3) È più organizzata. Sa cosa vuol dire delegare (ha delegato in parte la cura dei figli, più di così..), sa cosa significhi avere un programma giornaliero e settimanale.
Ma proprio mentre riflettevo su tutto questo, e sul dramma delle dimissioni in bianco (fatte firmare alle neoassunte per potersene sbarazzare al primo “pancione”), mentre pensavo al mantra della Produttività Oraria, oggi invocata per delocalizzare a Detroit come a Tychy, (per il bene d’impresa s’intende), ecco che un articolo di Susan Lambert sul New York Times dal titolo “Quando la flessibilità fa male”.
Racconta proprio di due mondi diversi, entrambi sotto attacco: quello dei salariati americani (con stipendio fisso, orari, assicurazione sanitaria pagata), e quell dei lavoratori a cottimo (pagati a ora, a giornata, a seconda del flusso di domanda, con zero tutele, zero assicurazioni). “The different pressures on salaried and hourly workers arise from companies’ trying to maximize productivity”. Scrive Lambert.   “Professional positions come with fixed costs (yearly salaries and benefits like health insurance) that are incurred regardless of how many hours the employee works. So employers have an incentive to have those individuals work as much as possible. One person is often doing the work of two. The inverse is true in hourly jobs…..”.
In sintesi: alle aziende negli Usa conviene assumere pochissimi “garantiti” e su di loro esercitare una pressione altissima (come dice Lambert, devono lavorare per due). E arruolare legioni di senza nome, senza diritti, da spalmare  sulla catena produttiva (bar, ristoranti, supermercati ma anche call center, fabbrichette) come un elastico.

Vi ricorda qualcosa?

E chissà che nel suo prossimo discorso alla Nazione, la mom-in-chief Michelle Obama non si ricordi anche di loro: genitori “salaried” e “hourly jobs”. E che qualcuno, in Italia, al di là dei proclami si ricordi davvero delle donne che lavorano, delle mamme che vorrebbero farlo.

Cristina Bianchi

(lasciate un commento in fondo alla pagina!)

Strada facendo. Come arrivate al lavoro?

14 Set

Vado al lavoro ogni mattina coi mezzi pubblici. Lo faccio per motivi ecologici e perché economicamente conviene. Abito così lontano dalla redazione, che solo il metró mi puó garantire un viaggio veloce e sicuro. Ma prima di arrivare nel tunnel, mi faccio una bella sgambata di tre chilometri a piedi. Ascolto musica, canto. Ascolto i notiziari della BBC che mi offrono gratuite lezioni di inglese e di ottimo giornalismo. Meraviglioso è stato ascoltare un audio libro di Enzo Bianchi, il priore della comunità di Bose, letto da Remo Girone.  Parole semplici sulla sua vita, che ti allargano il cuore.
Godermi ogni istante di questo passaggio verso i doveri, le scoperte di lavoro, il caos e le risate di redazione è il mio modo migliore di cominciare la giornata.
E voi? Raccontatemi il vostro tragitto tra casa e ufficio.
E mandatemi Mp3 da ascoltare 😉

Cristina Bianchi

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È meglio accudire o essere accuditi?

11 Giu

Non si invecchia mai insieme. Ho appena finito di leggere un bel libro che è nello stesso tempo un inno alla vita di coppia e un antidoto contro le illusioni della mistica matrimoniale. 
Si chiama Il senso dell’amore – storia di un matrimonio (Einaudi). L’ha scritto nel 2008 Alix Kates Shulman, femminista americana, classe 1932. Che a proposito del giuramento solenne “nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia”, subito avverte:
Quando si fa quel giuramento, per quanto lo si prenda con noncuranza, si sa che a meno di una separazione, uno dei due finirà per prendersi cura dell’altro, o uno dei due finirà per sopravvivere all’altro. Ma quale dei due, quando, per quanto tempo e a quale prezzo, non è dato sapere, anche se le probabilità indicano che sarà lei a prendersi cura di lui (…). Ma come una maledizione in una fiaba, non ci credi davvero; cerchi di ignorarla finché non ti cade addosso (…).
Il libro racconta la storia vera dell’autrice, sposata in seconde nozze con lo scultore Scott York. Coppia affiatata, interessi comuni, dalle mostre allo sport,  radical chic. Finché, durante una vacanza nel Maine, lui una notte cade da un soppalco, emorragia cerebrale e… Gli equilibri iniziali vanno ridefiniti, giorno dopo giorno. Lei non lo lascia semplicemente nelle mani dei tecnici; segue passo passo la sua riabilitazione. Così le tocca mettere in discussione l’autonomia conquistata in anni di femminismo militante, i consigli delle amiche che la giudicano un’aliena, la validità del testamento biologico sottoscritto da Scott, visto che lui, privo della memoria a breve termine, continua a ripeterle “con te mi sento così felice”.

Francesca Neri e Fabrizio Bentivolgio nel film “Una sconfinata giovinezza

È un libro che non rallegra ma un po’ rasserena. Anche se la situazione della coppia benestante di New York è lontana anni luce da quel che accadrebbe a una famiglia  middle class non dico di Lecce, ma nemmeno di Roma o Milano.
Però suscita domande: a un certo punto della vita, meglio accudire o essere accuditi? Possiamo arrivare preparati a quel momento? E poi: saremo la stessa persona, oppure tutto ciò che pensiamo adesso del nostro “essere vecchi” sarà smentito dai fatti?

Cristina Bianchi

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