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Lago Maggiore il silenzio che rigenera 

23 Apr

Sono venuta al lago giusto in tempo per godermi il tramonto. Fuori dal tempo. Fuori dalle notizie. Black out mentale così davvero rigenerante come scriveva ieri Elvira Serra sul Corriere della Sera. Il lago per i milanesi e i bustocchi è così. Al sabato, silenzioso. Dolce e rassicurante quando arrivano i primi caldi e i cittadini scappano al mare, in coda per ore per arrivare a Genova. Il lago è slow. Se non ci sei nato ti conquista a poco a poco. Se ci sei nato, forse, vorresti fuggire. Ma io non ci nacqui 🤣

Cristina Bianchi 

Se papà viene promosso (all’estero), perché la mamma piange?

25 Ott

Questa è una piccola storia vera, cambiano solo i nomi

Susanna e Pietro vivono a Milano, hanno tre bambini. Pietro per lavoro viene promosso. La nuova sede è a Lione.
Anche Susanna lavora, è ricercatrice universitaria. Molto stimata. A questo punto, Pietro frequenta un corso intensivo di francese, comincia le spedizioni in Francia. Tutto dev’essere pronto per l’anno prossimo, quando la famiglia si trasferirà a Lione per seguire il padre nella sua nuova  avventura professionale. Susanna dice: «È una bella opportunità per lui, e per il futuro dei nostri figli». 
Peccato che lei, per ora, all’estero non abbia nessun lavoro. Tra l’altro, sa solo l’inglese e al momento è impegnata (tra il lavoro full time a Milano, i tre figli da seguire) a raccogliere informazioni sulle migliori scuole a cui iscriveranno i figli a Lione. Cerca disperatamente di tenere insieme tutto. «Potremo prenderci una ragazza alla pari che parli bene il francese, che ne dici?». «Ma cara, abbiamo tre figli. Perché non te la prendi comoda? Non puoi fare per un po’ soltanto la mamma?».
Ecco. Anche quando si ama, è difficile capirlo. Che una donna appassionata del suo lavoro, dopo 40 anni e tre figli, sia terrorizzata all’idea di perderlo. «Ho studiato tanto, mi sono fatta un mazzo così, e ora lui mi dice, sta’ scialla». A Lione potrebbe almeno prendersi un master. Imparare  un paio di lingue. Investire sulla famiglia ma anche su di sé. Perché una donna non vale meno di un uomo. E se è anche madre è solo un regalo, ( e una responsabilità condivisa) in più.

E quando è lui a dover seguire lei? Magari ne parliamo un’altra volta

Dello Yoga & di altri demoni: segui il tuo karma in pausa pranzo

2 Ott

Lo yoga in pausa pranzo fa bene. Tonifica. Schiarisce la mente. Rilassa e regala energia. Non c’era bisogna di impararlo da Arianna Huffington, Lady Web, che ha offerto sessioni di yoga bipartisan, alla convention dei democratici Usa come a quella dei Repubblicani.
Qui in Rizzoli lo sappiamo da una dozzina d’anni, o anche più. Le lezioni di yoga sono sempre più seguite, affollate. Democratiche. Dalla top manager alla stagista, sono tutti ben accolti. Invitati a scoprire i propri limiti, le proprie potenzialità. 
Certo, a volte dopo due minuti di Shavasana (la posizione del cadavere), sogneresti di schiacciarti un infinito pisolino. Ma basta un po’ di Virabhadrasana (il Guerriero), e magari un bel caffè doppio, per ritrovare lo slancio e l’idea giusta per il prossimo titolo.
Il merito più grande però va ad Aldene, insegnante dai superpoteri, flessibile ma inflessibile, un po’ guru un po’ magica. Capace di correggerti senza farti sentire inadeguata.

E voi, come recuperate?

Scrivete, scrivete….

Cristina Bianchi

Quando la flessibilità fa male (parola di New York Times)

20 Set

E c’è ancora chi dice: non assumo donne in età fertile per non avere rogne, perché ti piazzano un figlio, i costi sono alti, la mia azienda non è babbo natale… 

Ora vorrei condividere con voi qualche riflessione sul motivo per cui una working mom spesso è più produttiva della media.
1) Non ha tempo da perdere. Ci è abituata. Ama lavorare per obiettivi e portare a casa il risultato (la cena pronta col pupo che strilla, gli orari da rispettare , le valigie preparate la sera, per dire).
2) Non punta a fare notte in azienda per farsi vedere dal capo. Niente straordinari a sbafo, solo quelli necessari. 
3) È più organizzata. Sa cosa vuol dire delegare (ha delegato in parte la cura dei figli, più di così..), sa cosa significhi avere un programma giornaliero e settimanale.
Ma proprio mentre riflettevo su tutto questo, e sul dramma delle dimissioni in bianco (fatte firmare alle neoassunte per potersene sbarazzare al primo “pancione”), mentre pensavo al mantra della Produttività Oraria, oggi invocata per delocalizzare a Detroit come a Tychy, (per il bene d’impresa s’intende), ecco che un articolo di Susan Lambert sul New York Times dal titolo “Quando la flessibilità fa male”.
Racconta proprio di due mondi diversi, entrambi sotto attacco: quello dei salariati americani (con stipendio fisso, orari, assicurazione sanitaria pagata), e quell dei lavoratori a cottimo (pagati a ora, a giornata, a seconda del flusso di domanda, con zero tutele, zero assicurazioni). “The different pressures on salaried and hourly workers arise from companies’ trying to maximize productivity”. Scrive Lambert.   “Professional positions come with fixed costs (yearly salaries and benefits like health insurance) that are incurred regardless of how many hours the employee works. So employers have an incentive to have those individuals work as much as possible. One person is often doing the work of two. The inverse is true in hourly jobs…..”.
In sintesi: alle aziende negli Usa conviene assumere pochissimi “garantiti” e su di loro esercitare una pressione altissima (come dice Lambert, devono lavorare per due). E arruolare legioni di senza nome, senza diritti, da spalmare  sulla catena produttiva (bar, ristoranti, supermercati ma anche call center, fabbrichette) come un elastico.

Vi ricorda qualcosa?

E chissà che nel suo prossimo discorso alla Nazione, la mom-in-chief Michelle Obama non si ricordi anche di loro: genitori “salaried” e “hourly jobs”. E che qualcuno, in Italia, al di là dei proclami si ricordi davvero delle donne che lavorano, delle mamme che vorrebbero farlo.

Cristina Bianchi

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Strada facendo. Come arrivate al lavoro?

14 Set

Vado al lavoro ogni mattina coi mezzi pubblici. Lo faccio per motivi ecologici e perché economicamente conviene. Abito così lontano dalla redazione, che solo il metró mi puó garantire un viaggio veloce e sicuro. Ma prima di arrivare nel tunnel, mi faccio una bella sgambata di tre chilometri a piedi. Ascolto musica, canto. Ascolto i notiziari della BBC che mi offrono gratuite lezioni di inglese e di ottimo giornalismo. Meraviglioso è stato ascoltare un audio libro di Enzo Bianchi, il priore della comunità di Bose, letto da Remo Girone.  Parole semplici sulla sua vita, che ti allargano il cuore.
Godermi ogni istante di questo passaggio verso i doveri, le scoperte di lavoro, il caos e le risate di redazione è il mio modo migliore di cominciare la giornata.
E voi? Raccontatemi il vostro tragitto tra casa e ufficio.
E mandatemi Mp3 da ascoltare 😉

Cristina Bianchi

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Il multitasking fa male anche a lui

23 Apr

La posta, che stress. In un bel saggio pubblicato sulla rivista Economia & Management, Beatrice Bauer, docente di Organizzazione in Bocconi, parla di aziende, manager sotto pressione e iperconnessi. Mail, smartphone, skype ti raggiungono ovunque. Scusate, anche al cesso. Milan design Week, zona TortonaBauer parla di capi stressati che lavorano male ma si sentono “fighi” se stanno in ufficio fino alle 10 di sera. Poi prendono un taxi “e si mettono ancora a parlare di lavoro al cellulare. Ma non è vita questa!” osserva un taxista.
La nostra capacità di concentrazione è limitata e “il tempo speso a controllare la posta elettronica, è un buon indicatore di stress nei manager, perché evidenzia la perdita della giusta distanza”.
Tempo fa, ho incontrato un direttore marketing di un’altra azienda editoriale. Raccontava: “Io dico a tutti i miei colleghi che le mail non le leggo. Vogliono parlarmi? La porta è sempre aperta”. Che invidia. Lui se lo può permettere.
Ma voi, come reagite? Quante mail cancellate ogni giorno? Come governate la tecnologia?
Ieri sono andata con mia figlia al Fuori Salone, e con il cellulare scattavo foto a ogni angolo. Finché lei mi ha detto: “Mamma, smetti di fare clic. E guarda”.

Cristina Bianchi

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